Altri comuni: Cinisello Balsamo

http://asinistraconrifondazione.wordpress.com/2013/04/11/cinisello-rifondazione-corre-da-sola-nadia-rosa-in-campo/

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Le pensioni d’oro del governo

 

Dopo le pensioni, dopo l’articolo 18, ora il governo tecnico sceglie di attaccare la sanità e la scuola pubblica. Altro che spending review, qui Monti ha deciso di demolire lo stato sociale! La riduzione dei posti letto e il drastico taglio al Fondo sanitario nazionale significheranno la chiusura di reparti e ospedali, la privatizzazione dei servizi, il crollo della qualità e della quantità delle prestazioni offerte dal pubblico. E sul fronte dell’istruzione ancora una volta i tagli vanno a colpire università e ricerca pubblici mentre per le scuole private è previsto un aumento dei fondi di ben 200 milioni. Questo si chiama distruggere il welfare state.

(Paolo Ferrero)

da http://web.rifondazione.it/home/

 

Il Consiglio dei ministri ha varato la “spending review”, cioè l’assalto al lavoro pubblico e al welfare. Ma chi decide i tagli incassa pensioni da centinaia di migliaia di euro. A partire dal “commissario” Enrico Bondi.

di Salvatore Cannavò
(da Il Fatto quotidiano dell’1 luglio 2012)

 

Il governo, lo stesso che si appresta a sforbiciare la spesa pubblica con la spending review e che ha varato la riforma della previdenza, ha detto no all’inserimento di un tetto alle pensioni d’oro. Perché? Di pensioni a 5 stelle tra i banchi dell’esecutivo ce ne sono diverse, basta leggere le indennità di diversi ministri e sottosegretari. Un pacchetto di alti redditi che in parte aiutano a spiegare la reticenza con cui l’esecutivo ha affrontato finora il tema dei tetti agli assegni della previdenza pubblica. La lista, del resto, chiama in causa addirittura il super-commissario ai risparmi, Enrico Bondi. Ma spicca anche un sottosegretario, Gianfranco Polillo, il sospettato numero uno del rinvio della norma. Non è ancora chiaro, infatti, come sarà il provvedimento che il Consiglio dei ministri è chiamato a varare la spending review (10 miliardi di tagli quest’anno, il doppio nel 2013, per disinnescare la bomba dell’aumento del-l’Iva previsto da Berlusconi). E soprattutto non è chiaro se ci sarà o no un tetto massimo per le pensioni pagate dall’amministrazione pubblica che l’emendamento presentato dal deputato Pdl, Guido Crosetto, indicava in 6mila euro netti mensili. Quell’emendamento è stato ritirato dopo le insistenti “pressioni” da parte del governo e degli stessi colleghi di Crosetto. “Smuovi un campo troppo ampio” gli aveva detto in Commissione proprio Polillo. Il sottosegretario sa bene di cosa parla perché è titolare di una pensione di 9.541,13 euro netti al mese percepita dall’ottobre del 2006 dopo oltre 40 anni di servizio come funzionario della Camera. A pensar male, ovviamente, si dovrebbe ritenere che è la propria pensione a indurre a smussare un provvedimento tutt’altro che simbolico (consentirebbe un risparmio di 2,3 miliardi solo per il pubblico, di 15 estendendolo anche al privato). Ma questo presupporrebbe un’azione retroattiva del taglio che, a eccezione dei pensionati comuni (ai quali hanno bloccato l’adeguamento all’inflazione per gli assegni superiori ai 1.400 euro), come gli esodati, non si dà mai nella legislazione italiana. Forse si tratta invece di una mera rappresentanza di un interesse “di casta”. Se però si volesse capire chi potrebbe effettivamente essere beneficiato dal mancato tetto, ecco il nome di Elsa Fornero. Il ministro del Lavoro che in pensione ancora non ci è andata ma che gode di una lunga carriera a cui aggiunge importanti consulenze e incarichi prestigiosi. Nel 2010 ha dichiarato un reddito di 402mila euro lordi annui, per cui non è difficile prevedere per lei una pensione al limite della soglia-Crosetto. Ma quanti altri “cloni” di queste figure potrebbero essere salvati? Ancora altri esempi, magari proprio considerando l’estensione al privato: il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha dichiarato nel 2011 oltre 7 milioni di euro. Il suo collega allo Sviluppo Corrado Passera, oltre 3,5 milioni. Per non parlare di Piero Gnudi, con una dichiarazione dei redditi da 1,7 milioni. Legittimo attendersi che, quando andranno in pensione, saranno ben oltre il tetto.

Prof, generali e grand commis

Diamo ancora un’occhiata alle pensioni di chi è al governo. Il ministro Anna Maria Cancellieri dal novembre 2009 è titolare di una pensione di 6.688,70 euro netti al mese. È il frutto di una lunga carriera nell’amministrazione statale, con l’ingresso al ministero degli Interni nel 1972. Il ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo Di Paola, percepisce 314.522,64 euro di “pensione provvisoria”pari a circa 20mila euro mensili. È pubblicata, inoltre, sul sito del governo quella del sottosegretario allo Sviluppo economico, Massimo Vari che percepisce 10.253,17 euro netti al mese, frutto di una lunga attività di magistrato fino a ricoprire la carica di vice-presidente emerito della Corte costituzionale. Vari è in attesa di un’altra indennità per gli anni trascorsi alla Corte dei conti europea.Così come è pubblicata la pensione di Andrea Riccardi, 81.154 euro lordo annui (circa 4mila euro al mese) frutto del lavoro di docente universitario. Impossibile da rintracciare nella dettagliatissima documentazione reddituale del presidente del Consiglio, invece, la pensione di cui è beneficiario dal novembre del 2003 pari a 3.330,11 euro netti mensili frutto dell’attività di docente universitario. Poca cosa in confronto alle vere pensioni d’oro e poca cosa, soprattutto, rispetto al reddito superiore al milione di euro dichiarato da Mario Monti nel 2011. Vale la pena di considerare, però, che quella pensione che è comunque tre volte una buona pensione di un lavoratore medio, è stata conseguita all’età di 60 anni, nonostante i tanti proclami sulla necessità di aumentare l’età pensionistica. Ma il caso che forse è destinato a brillare di più è quello del responsabile massimo della spending review, Enrico Bondi. Il “commissario tecnico”, il fustigatore degli sprechi gode di una pensione di 5.827,07 euro netti mensili. Bondi ha lavorato molto, la pensione è certamente meritata ma anche lui ne gode dal 1993 e quindi all’età di 59 anni. I casi citati rappresentano adeguatamente le categorie beneficiarie di “pensionid’oro”: alti dirigenti pubblici (Polillo, Cancellieri), super-magistrati (Vari), alti ufficiali delle Forze armate (Di Paola), docenti universitari (Riccardi e Fornero). Si tratta di una élite del pubblico impiego riscontrabile anche dall’importo medio annuo delle pensioni Inpdap: si va dai 40 mila euro annui delle Forze Armate, ai 47 mila dei docenti universitari ai 64mila dei media degli stipendi dei medici Asl, fino ai 134mila euro annui dei magistrati. Nella fascia di pensioni superiori ai 4mila euro lordi mensili ci sono 104.793 persone che si riducono all’aumento del tetto individuato (non ci sono dati per fasce superiori ai 4mila euro). I risparmi possono comunque essere molto alti. Basti pensare che l’incidenza degli stipendi dei dirigenti pubblici arriva spesso al 20% dei costi sostenuti con punte del 40% nella Sanità (o, per fare un esempio più piccolo, all’interno della Presidenza del Consiglio). Del resto, basta guardare la media degli stipendi dei dirigenti, 90.288 euro quelli di seconda fascia, 192mila euro quelli di prima fascia, per accorgersi che la loro incidenza è di almeno 5 volte lo stipendio medio dei dipendenti pubblici.

Come 30 esodati

ACQUISTANO così una certa concretezza le proiezioni dei Cobas dell’Inpdap che, sulla base della spesa pensionistica dell’Istituto, 60 miliardi nel 2011,stimano in almeno 2 miliardi e 300 milioni i risparmi annui ottenibili con un tetto pensionistico di 5mila euro al mese. Risparmi che potrebbero arrivare a 15 miliardi nel settore privato. A parziale conferma di quest’ultima stima basti prendere la pensione di uno dei più grandi dirigenti privati del settore bancario: Cesare Geronzi. L’ex dominus della finanza italiana è titolare di tre pensioni: la prima,su base retribuitiva, è di 22.307 euro netti al mese (avete letto bene, ventiduemila euro al mese); la seconda, integrativa, è di 10.465 euro netti mensili. Come se non bastasse ce n’è una terza, di “soli” 896,38 euro mensili frutto di una pensione “contributiva”. Il totale è di 33.668 euro netti mensili. Se fosse stabilito un tetto di 5 o 6mila euro, Geronzi dovrebbe rinunciare ad almeno 27mila euro. Si pagherebbero almeno 30 esodati. Un po’ meno se si ponesse a 10mila euro il tetto consentito per il cumulo degli assegni. Ma comunque un bel risparmio.

http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/news/le-pensioni-doro-al-governo

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Finanziaria: l’alternativa c’è.

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Così si sconfigge la speculazione…

In primo luogo tre obiettivi europei:

– modifica dei trattati di Maastricht e dello Statuto della Bce trasformando la medisima in una Banca centrale sottoposta alle direttive del Parlamento europeo e avente come obiettivi istituzionali la piena occupazione e il finanziamento dei Fondi comunitari degli stati membri, attraverso l’acquisto diretto dei titoli di stato

– tassazione comunitaria sulle transazioni finanziarie speculative, adozione di un comune sistema fiscale e di una comune politica economica finalizzata alla piena occupazione e alla riconversione ambientale e sociale dell’economia

– revoca degli accordi Gatt e Wto con la ricontrattazione del sistema dei dazi per quanto riguarda le merci

Sul piano italiano

– se le misure proposte sul piano europeo non dovessero essere adottate, l’Italia deve ristrutturare il debito, garantendo per intero i piccoli risparmiatori e allungando unilateralmente i tempi di restituzione e la definizione delle cifre da rimborsare alle grandi finanziarie, cioè agli speculatori. Anche se nessuno ne parla, l’Islanda lo ha fatto con ottimi risultati

– nazionalizzazioni delle banche di interesse nazionale, divisione tra banche commerciali e banche di investimento e applicazione immediata delle regole di Basilea 3 con divieto di gestione fuori bilancio di qualsiasi titolo

– divieto per i manager di possedere in qualsiasi forma titoli di aziende che dirigono o di avere stipendi legati all’andamento in borsa dei titoli

– divieto della vendita allo scoperto dei titoli

– mantenimento del mcarattere pubblico delle Poste e trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in una banca pubblica finalizzata a finanziarie enti locali, aziende pubbliche e beni comuni

– apertura presso l’Inps di un Fondo per la gestione delle pensioni integrative da rendere fiscalmente conveninte rispetto agli altri fondi pensione

…e così si costruisce una “manovra” giusta ed efficace

– tassa sui grandi patrimoni al di sopra del milione di euro

– lotta all’evasione fiscale anche con una sovrattassa sui capitali che hanno usato lo scudo fiscale

– dimezzare gli stipendi delle caste e porre un tetto agli stipendi dei manager

– dimezzare le spese militari e smettere subito la guerra in Afghanistan e Libia

– le aziende che delocalizzano devono restituire i finanziamenti pubblici
blocco delle grandi opere inutili come la Tav in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto e utilizzo di quelle risorse per un grande piano di risparmio energetico, per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e per il riassetto del territorio

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Il referendum Parisi-Morrone:

un’iniziativa conservatrice

Il referendum Parisi-Morrone: un’iniziativa conservatrice

Il referendum sulla legge elettorale proposto dal comitato presieduto dal prof. Andrea Morrone (e sostenuto da PD, SEl e IDV) ha intercettato la diffusa insofferenza popolare per il sistema elettorale introdotto con la legge Calderoli che viene ormai universalmente considerato un sistema truffaldino che ha espropriato il popolo italiano di ogni residua possibilità di scegliere i propri rappresentanti, trasformando i parlamentari in delegati del Capo politico che li ha nominati.
Gli effetti deleteri di questo sistema sono sotto gli occhi di tutti.
Si è verificata una sostanziale impossibilità di rappresentare in Parlamento le domande politiche, gli interessi sociali   ed i bisogni  che sono presenti nella società italiana e la maggioranza dei parlamentari si è trasformata in un corpo di Pretoriani che fanno scudo al Capo politico per evitargli di rispondere dei suoi comportamenti infedeli ai doveri pubblici, a costo di devastare la legalità costituzionale.
Nel sistema elettorale vigente il “premio di maggioranza” costringe il sistema politico in un bipolarismo forzato e sovverte le regole della democrazia trasformando per legge una minoranza elettorale in maggioranza.
Sancisce formalmente l’ineguaglianza del voto, attraverso l’introduzione di un quoziente elettorale di maggioranza e di un quoziente elettorale di minoranza.
Il referendum, tuttavia, utilizza la giusta indignazione popolare verso la legge “porcata”, deviandola verso obiettivi ingannevoli in quanto i quesiti proposti  non sono idonei ad assicurare il superamento  di quei difetti che rendono insopportabile la vigente legge elettorale.
La pretesa di resuscitare la legge elettorale previgente (il c.d. “Mattarellum”) attraverso l’abrogazione della legge Calderoli, – oltre ad apparire impraticabile da un punto di vista tecnico-giuridico – non consente di raggiungere il principale obiettivo indicato dai proponenti, vale a dire quello di restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.
Infatti, sia nel collegio uninominale maggioritario, sia nel collegio plurinominale proporzionale, potranno essere elette soltanto le persone designate dal Capo politico o dalle segreterie dei partiti, senza che gli elettori possano avere alcuna voce in capitolo.
La manomissione della volontà degli elettori che la legge Calderoli realizza attraverso il premio di maggioranza, resta confermata sotto altre forme, perchè nel collegio maggioritario, a turno unico, normalmente è una minoranza di elettori che elegge il parlamentare.
Il bipolarismo forzato che la legge Calderoli ha imposto al sistema politico italiano, strozzando il pluralismo e trasformando la dinamica parlamentare in un perenne scontro amico/nemico, rimane confermato dalla restaurazione del Mattarellum. Ciò comporta una drastica riduzione del pluralismo e quindi della capacità degli eletti di rappresentare le domande ed i bisogni sociali presenti nel corpo elettorale.
La pretesa di consentire ai cittadini di scegliere i parlamentari e chi deve governare il paese è frutto di un mito che corrompe la Costituzione.
La concezione che attraverso le elezioni i cittadini siano chiamati ad eleggere un governo è inconciliabile con la forma della democrazia prefigurata dalla Costituzione italiana, fondata sulla centralità del parlamento come luogo della rappresentanza politica e sulla dignità della funzione parlamentare che non tollera alcun vincolo di mandato.
In realtà un referendum volto veramente a cancellare la legge Calderoli, eliminando le principali assurdità di questo sistema (premio di maggioranza, designazione del Premier e voto bloccato) è stato proposto dal Comitato presieduto dal prof. Passigli.
Il prof. Passigli ha bloccato, successivamente, la  raccolta delle firme in quanto i suoi quesiti risultavano incompatibili con la proposta di referendum Morrone successivamente presentata.
Pertanto l’iniziativa referendaria portata avanti dal comitato Morrone più che ad aggredire la legge Calderoli è risultata rivolta a far fallire l’iniziativa Passigli ed a confermare la torsione verso il maggioritario ed il bipolarismo forzato che ha trovato l’apice nella legge Calderoli.
Si tratta, pertanto, di una iniziativa conservatrice, più che innovatrice.
Dal momento che tale iniziativa non risolve i problemi che agita, è necessario rilanciare con forza il dibattito pubblico su democrazia, rappresentanza e sistemi elettorali per rispondere alla diffusa domanda di cambiamento, che si esprime attraverso la raccolta delle firme, a cui il referendum è incapace di dare soddisfazione.

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Elezioni Comunali 2011

Dalle elezioni del 2006, in cui Rifondazione i Verdi rimasero fuori dal consiglio comunale nonostante il 5,2% dei voti, i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista, dopo 7 anni di attività intensa, hanno diradato la loro attività.
Non abbiamo mai avuto occasione di scusarci per questo con i cittadini che ci hanno dato la loro fiducia e il loro sostegno: lo facciamo ora, anche se in ritardo.

Abbiamo deciso di non presentarci a questa tornata per serietà e per coerenza, perchè abbiamo sempre criticato chi appariva solo alle elezioni, per poi scomparire e non fare niente sul territorio, salvo poi ripresentarsi di nuovo alle elezioni successive.
Vogliamo però tornare ad occuparci di Nerviano, cercando di riportare la politica dal “palazzo” ai cittadini,  per rendere il paese più democratico e più vivibile, a differenza delle liste e delle forze politiche presenti solo in consiglio o nelle giunte, estranee a qualsiasi rapporto con i cittadini, e più preoccupate degli equilibri di potere e degli “affari” di palazzo (e di bottega) piuttosto che del bene comune.

Tante belle parole scritte nei programmi elettorali restano spesso carta straccia, come ha dimostrato anche la giunta Cozzi con la vicenda degli spazi per i giovani, messi opportunisticamente nel programma e mai attuati, anzi, osteggiati in tutti i modi (anche i peggiori, denunce comprese) quando il Collettivo Oltre il Ponte ha cercato di crearli.
La stessa cosa succede con la famosa partecipazione, sbandierata da tutti nei programmi e ridotta sempre e solo a qualche informazione in più o a qualche incontro consultivo con la cittadinanza.
Perchè l’imperativo comune sembra essere quello di non permettere ai cittadini di decidere in nessun modo: diano la delega votando ogni 5 anni e per il resto non si occupino di cose che dovrebbero invece riguardarli…
Non era questo il bilancio partecipativo che anche il PD chiedeva nella legislatura 2003-2005 quando era all’opposizione insieme a noi.

Il voto però è uno strumento di democrazia importante, e abbiamo già visto la gestione negativa di Lega e Gin e non vogliamo certo vederli tornare in comune, così come non auspichiamo ovviamemente una vittoria del PDL-Parini, o dei nuovi clericali oscurantisti.
Votiamo quindi pure “il meno peggio”, nella corsa a sindaco, per non riconsegnare il comune in mano alle destre, magari usando anche la possibilità del voto disgiunto per mandare in comune chi ha assunto il bilancio partecipativo come punto di programma, ma dopo le elezioni, per tutti i nervianesi di sinistra dovrà aprirsi una nuova stagione di impegno comune, perchè è l’unico modo per migliorare le cose: se i cittadini fuori dal palazzo si fanno sentire, gli amministratori delegati in comune dovranno tenerne conto.

Ma se nessuno porterà le sue critiche, le sue idee, le sue lotte in comune, allora il voto sarà solo un’altra delega in bianco per altri 5 anni.

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